La scomparsa di Edgar Morin rappresenta un momento di profonda riflessione per la comunità scientifica internazionale e per tutti coloro che, in ambito educativo, filosofico e sociale, hanno trovato nella sua opera una guida preziosa per comprendere la complessità del nostro tempo. Con Morin non scompare soltanto uno dei più grandi intellettuali del Novecento e del XXI secolo. Si conclude una straordinaria vicenda umana e scientifica che ha attraversato guerre, crisi, trasformazioni culturali e rivoluzioni epistemologiche, lasciando un’eredità destinata a continuare ben oltre il tempo della sua esistenza. Una lezione generativa.
Tra i molti insegnamenti che ci ha consegnato, ve n’è uno che considero particolarmente significativo: la necessità di riformare il pensiero. Per troppo tempo la conoscenza ha proceduto attraverso la separazione, la frammentazione e la specializzazione dei saperi. Tale processo ha certamente consentito conquiste straordinarie, ma ha anche prodotto una progressiva incapacità di comprendere le relazioni che legano fenomeni, persone, istituzioni, culture e mondi. Morin ha avuto il merito di mostrare come la realtà non possa essere ridotta a compartimenti isolati, perché ogni fenomeno è sempre il risultato di una trama di connessioni, interdipendenze e retroazioni che ne determinano il significato.
La complessità, nella sua prospettiva, non rappresenta un ostacolo alla conoscenza, bensì la condizione stessa attraverso cui la conoscenza può diventare più rigorosa e più umana. Pensare in modo complesso significa distinguere senza separare, connettere senza confondere, riconoscere l’incertezza senza rinunciare alla ricerca del senso.
In questa prospettiva, l’essere umano appare nella sua irriducibile multidimensionalità. Morin ci ha insegnato che l’uomo è contemporaneamente individuo, società e specie; che è al tempo stesso razionalità ed emozione, ordine e disordine, autonomia e dipendenza. Soprattutto, ci ha ricordato che l’umano è 100% natura e 100% cultura. Una formula solo apparentemente paradossale che esprime la consapevolezza che dimensione biologica e dimensione simbolica, patrimonio genetico e storia, corpo e linguaggio, non si sommano semplicemente ma si co-costruiscono reciprocamente in un incessante processo di coevoluzione. È anche grazie a questa visione che la pedagogia ha potuto interrogarsi in modo nuovo sul significato della formazione, dell’apprendimento e della costruzione dell’identità personale e collettiva.
In Italia, il lavoro di Mauro Ceruti ha rappresentato una delle più autorevoli e feconde elaborazioni dell’eredità moriniana. Attraverso le sue riflessioni sulla complessità, sulla cittadinanza planetaria e sul destino comune dell’umanità, Ceruti ha contribuito a tradurre il pensiero di Morin in una prospettiva capace di parlare all’educazione, alla cultura e alla responsabilità civile delle nostre società.
In occasione del centenario di Edgar Morin, ho avuto l’onore di essere tra le cento studiose e i cento studiosi italiani chiamati a contribuire al volume Cento Edgar Morin. 100 firme italiane per i 100 anni dell’umanista planetario, curato da Mauro Ceruti, Gianluca Bocchi, Giuseppe Gembillo e Sergio Manghi. Quella partecipazione ha rappresentato per me non soltanto un riconoscimento scientifico, ma anche la testimonianza di un’appartenenza a una comunità di ricerca che continua a interrogarsi sui grandi temi dell’umano, della conoscenza e del futuro.
Molte delle riflessioni che hanno accompagnato la costruzione del paradigma della Pedagogia Generativa e del Sistema-Mondo che ho teorizzato trovano, infatti, nella lezione moriniana un riferimento culturale imprescindibile. Nel senso della condivisione di una postura epistemologica che riconosce la realtà come sistema aperto, dinamico, relazionale e generativo.
Il paradigma del Sistema-Mondo nasce dalla consapevolezza che nessun processo educativo possa essere compreso isolando il soggetto dai contesti, le esperienze dalle relazioni, la conoscenza dalla vita. Ogni individuo è immerso in reti di significato che lo costituiscono e che, allo stesso tempo, vengono trasformate dalla sua azione. Ogni percorso formativo è il risultato di processi ricorsivi che intrecciano dimensioni personali, sociali, culturali, storiche e simboliche.
In questa prospettiva, la generatività pedagogica rappresenta la possibilità di trasformare la complessità in occasione di crescita, di apprendimento e di costruzione condivisa di significati. Essa richiama la responsabilità di abitare il mondo non come spettatori passivi, ma come soggetti capaci di contribuire alla co-costruzione di Comunità Pensanti, di sistemi educativi più equi e di futuri
possibili.
Oggi, di fronte alle grandi sfide che attraversano il pianeta – le crisi ambientali, le trasformazioni tecnologiche, le nuove forme di vulnerabilità sociale, le crescenti ineguaglianze educative e culturali – il pensiero di Edgar Morin appare più attuale che mai.
La sua opera continua a ricordarci che nessuna delle questioni fondamentali del nostro tempo può essere affrontata attraverso sguardi parziali o semplificatori. Esse richiedono, al contrario, una coscienza capace di cogliere le interdipendenze che uniscono il destino dei singoli a quello delle comunità, delle comunità a quello dei territori, dei territori a quello dell’intero pianeta.
Morin ci lascia un’immensa eredità intellettuale, ma soprattutto un compito.
Continuare a collegare.
Collegare i saperi, le discipline, le culture e le generazioni.
Collegare l’umano alla vita, la conoscenza alla responsabilità, la libertà alla solidarietà.
Collegare il destino di ciascuno al destino comune dell’umanità.
Perché, come ci ha insegnato lungo tutto il corso della sua vita, comprendere significa anzitutto riconoscere le relazioni che ci costituiscono e imparare ad abitare la complessità del mondo senza smarrire la speranza.
Grazie, Edgar Morin





System to Tackle Inequality